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Coaching Confusione

 

Brevissima nota introduttiva: sono Simone Pacchiele e trovi qualcosa su di me qui. Da circa 15 anni insegno e faccio ricerca nel Coaching, e dal 2010 tengo corsi di formazione in Università Bocconi. Sono il fondatore del Gruppo Coaching Italia.

Buona lettura.

 

Hai studiato coaching per anni e ti rendi conto di non essere ancora in grado di ottenere i risultati che vorresti?

O magari ti stai avvicinando al coaching e vorresti essere sicuro di frequentare un corso realmente valido?

In questo articolo ti dirò un po’ di cose sul coaching, e ti darò anche alcune soluzioni possibili per diventare un coach efficace che (spero) risolvano i tuoi dubbi.

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Qualche giorno fa nel gruppo Coaching Italia stavo parlando con un collega Coach. E’ un amico che ha frequentato molti corsi che utilizzano diversi approcci al coaching, da quello di stampo PNL a quello più ‘classico’ e datato in cui impari il modello GROW e quello FUEL, al coaching motivazionale dove cammini sui carboni ardenti e ti butti giù da un palo, a quello ‘ottieni il successo senza sforzo essendo chi sei’.

Insomma quello che c’è in giro l’ha visto più o meno tutto.

Ovviamente il mio amico ha anche tutte le relative certificazioni italiane ed internazionali… E’ una di quelle persone che più di una volta ho sentito dire ‘una certificazione in più non guasta mai’.

Però l’altro giorno ad un certo punto mi fa una confidenza:

 

Sono anni che studio coaching e conosco tantissime tecniche di miglioramento personale e di coaching: certamente mi aiutano ad operare alcuni cambiamenti iniziali ma dopo qualche prima risposta positiva, spesso arriva un punto dove il cliente si blocca e  nonostante provi tecniche diverse resta più o meno fermo allo stesso punto senza ottenere risultati davvero significativi…

Allora non so come andare avanti e, anche se lui non se ne rende conto, io rimango bloccato, perché da lì in avanti il ‘protocollo’ non mi dice come andare avanti.

E finisce spesso che vado a tentoni cercando l’ennesima  ‘tecnica che risolverà ogni cosa’… quella giusta da utilizzare in quel momento… solo che non la trovo e non mi sento un coach efficace”.

Quando arriva un cliente nuovo inizio a seguire passo per passo il metodo che mi sembra più adatto al caso e le tecniche che in aula funzionano sempre. Certo, qualche risultato il mio cliente lo ottiene pure, è anche soddisfatto… ma io so che non è una trasformazione profonda e duratura: è un effetto positivo ma momentaneo ed invece vorrei poter sentire di operare trasformazioni definitive.

A te non capita di arrivare al punto in cui niente sembra più funzionare?

 

Il discorso del mio amico mi ha fatto pensare parecchio su cosa è oggi il coaching in Italia.

Su cosa viene insegnato, su cosa non viene insegnato, su come viene promosso e proposto il coaching… Insomma su un sacco di cose che riguardano il mondo del coaching.

Perché moltissime persone non si sentono sicure delle proprie abilità, perché molte persone non riescono a lavorare come Coach, perché non hai molti clienti come Coach?

Ed in questo articolo cercherò anche di darti un po’ di suggerimenti per dare nuovo slancio al tuo coaching, o delle idee su come si sceglie una scuola di coaching.

Ovviamente il mio amico non ha sbagliato niente… ha solo studiato quello che in questi anni ha visto andare per la maggiore. Che però non è detto ti conduca dove vuoi andare. Nè in termini di trasformazione personale, ne di efficacia nel lavoro con gli altri

Proverò a fare un po’ di chiarezza qui sotto.

 

Le 6 principali metodologie di coaching

Se segui anche tu da un po’ il mondo del coaching in Italia avrai notato che tutte le possibili scuola o corsi di coaching alla fine ricadono in una di queste 6 categorie:

 

1 – coaching motivazionale

per capirci, è quello delle camminate sui carboni ardenti, del buttarsi giù da un palo di 30 metri, dei canti balli e salti per 3 giorni, del trainer in bermuda e microfonino che ti ‘motiva’, fa agitare le mani, ti scuote un po’… Insomma il classico motivatore all’americana. Mira alla pancia ed alle emozioni. E’ orientato al problema, a risolvere qualcosa che non funziona.

 

2 – quello che chiamo coaching ‘anni 70’

nasce negli USA (appunto) negli anni ’70 e si basa su un modello di coaching molto lineare, quasi meccanicistico (e quindi molto comprensibile a tutti) di come funzionano le persone.

Alcune note ‘certificazioni’ di Coaching di origine americana si fondano su questo approccio.

A volte è quello che ti propongono per raggiungere obiettivi sfidanti, aumentare la motivazione, allenare le potenzialità inespresse, migliorare l’autostima.

Sostanzialmente il modello utilizzato in questo approccio consiste di:

Decidere gli obiettivi, esaminare la realtà attuale, esplorare le opzioni possibili, compiere le azioni necessarie.

E’ quello della ‘ruota della vita’  in cui dividi la tua vita in diverse aree (lavoro, amore, amicizie, finanze) e vedi dove sei messo peggio ed intervieni (come se la vita fosse divisibile così semplicemente in ‘aree’, e come se fosse così semplice intervenirci).

E’ quello delle ‘domande potenti’.

E’ un approccio semplice (ed anche un po’ semplicistico) perché mira alla testa, alla mente. Immediatamente comprensibile. Mira a farti vedere razionalmente quello di cui hai bisogno tralasciando però tutta la parte comportamentale che poi è quella che porta all’azione ed al cambiamento.

Anche questo tipo di coaching è orientato al problema.

 

3- Il coaching PNL

basato sulle tecniche di PNL di quel geniaccio di Richard Bandler, ha però un problema. Anzi due: il primo è che è un approccio orientato comunque alla risoluzione di uno o più problemi. Funziona molto bene per smettere di mangiarsi le unghie o di fumare… o per eliminare una fobia (ammesso tu possa farlo legalmente).

Il PRIMO problema vero di questo tipo di approccio è che quando si lavora così, il cambiamento è molto spesso superficiale, se non addirittura illusorio. La maggior parte delle volte la persona è convinta di cambiare semplicemente perché sente di avere a disposizione ‘la tecnica’ per il suo problema.

Ma questo non vuol dire saper generare trasformazione. E questa è la stessa differenza che passa tra il gommista sotto casa che ti cambia le ruote alla macchina e l’ingegnere che l’ha progettata.

Altre volte il cambiamento è temporaneo. O ancora la persona si accorge che risolvere quel singolo problema in realtà non risolve i suoi ‘problemi’, in senso più ampio.

Il SECONDO problema del coaching orientato alla PNL è che è che per favorire la diffusione del modello i programmi dei corsi sono stati progettati in modo da far diplomare un grandissimo numero di persone che conoscono solo le basi della PNL – che hanno acquisito in 15 giorni di formazione – e che a loro volta diventano formatori con altri 6 giorni.

Totale: 21 giorni di formazione. Per insegnare la PNL agli altri, che a loro volta diventeranno formatori… e così via.

E’ come se prendessi lezioni di scuola guida da un insegnante che ha imparato a guidare da 3 settimane. Tu lo faresti?

Invece le vere abilità che rendono efficace la PNL non le ho mai viste insegnare da nessuno.

 

4- Il coaching quasi new age

è quello del ottieni il successo senza sforzo, del diventa chi sei, del fare le cose e produrre risultati partendo dalla tua unicità, della ‘trasformazione personale’.

Non sarebbe per niente new age e sarebbe anche un approccio interessante se chi te lo insegna fosse autentico e sapesse fare davvero questo tipo lavoro – che tecnicamente è MOLTO complesso – e non lo facesse solo per ‘riciclarsi’ per acquisire qualche cliente in più in un mercato saturo.

Spesso invece questo tipo di approccio diventa semplicemente una imitazione di un lavoro sull’autenticità che mira solo a placare il malessere ma non a dare una vera e propria direzione generativa alle persone.

 

5- Il corso coaching un-po’-di-tutto

sono i corsi di coaching che non hanno scelto una strada ben definita e preferiscono fornire una infarinatura di tutto quello che circola nel settore.

Quindi, un po’ di motivazione, due giorni di PNL, un po’ di esercizi di coaching vecchio stile e così via.

Magari ti danno anche un pesante manuale ‘teorico-operativo’ di 200 o 300 pagine con slide e appunti riassunti da libri o in rete, così da rafforzare l’idea di completezza dell’offerta didattica.

Molto spesso in questo tipo di corsi non c’è una reale elaborazione della sostanza del coaching, né innovazione, ma piuttosto un riassunto di un po’ tutto quello che c’è in giro.

Il punto è però che imparare a lavorare con le persone (che è quello che un coach dovrebbe saper fare) richiede non solo una infarinatura dei diversi approcci, ma un lavoro approfondito.

Qui il rischio a volte è che gli allievi escano con una grande confusione o, peggio, con l’illusione di sapere tutto del coaching perché hanno seguito alcune ore di corso su molti argomenti diversi.

 

6- Il coaching vorrei-ma-non-posso

sono i corsi di coaching che ti insegnano ad intervenire sulle persone che hanno un disagio. Di solito insegnano metodi molto semplificati per intervenire in relazioni di aiuto, per accompagnare le persone da uno stato di malessere e disagio alla felicità.

Ogni volta che sento un coach dire che lavora sul disagio, sul malessere, sulla frustrazione e sulla malattia so chiaramente che quello non è un coach. Questo, ripeto, non è assolutamente coaching, ma purtroppo a volte viene fatto passare per tale.

Non entro adesso neanche nel merito di quanto in termini di miglioramento e di performance sia poco efficace focalizzarsi sul disagio perché di questo parleremo nel seguito di questo articolo.

 

C’è poi un’ultima considerazione da fare

Con i servizi disponibili oggi lanciare e pubblicizzare una scuola o un corso di coaching è diventato per chiunque molto facile.

In sostanza si fa prima a copiare quello che scrive un concorrente, oppure il testo e lo stile della sua campagna pubblicitaria piuttosto che creare qualcosa di nuovo o, al limite, diventare bravo a fare davvero quello che lui riesce a fare.

Tanto per dire, questo articolo, comparso la prima volta su questo sito, è stato riproposto un paio di settimane dopo la pubblicazione in maniera quasi identica dal titolare di una scuola di coaching che non ha pensato neanche di cambiarne il titolo.

Un buon grafico, se va bene un minimo ‘riadattamento creativo’ dei testi e voilà il gioco è fatto.

Magari si scrive anche un libro con contenuti presi da un concorrente che ti ispira, e si fa il tour italiano serale negli hotel dove per 30 o 40 euro partecipi ad un piccolo corso (o meglio… per 40 euro ti sembra di partecipare ad un mini-corso, in realtà stai partecipando alla vendita del corso completo che ti verrà proposto durante tutta la serata), ricevi il libro… e magari ci scappa anche una spaghettata.

Sono tutte pratiche più o meno diffuse – ancorché forse non correttissime nell’ottica del beneficio per il cliente – nel mondo della formazione del coaching.

Chi è che sa più distinguere l’offerta in cui c’è sostanza da quella che ‘imita’ e che però rimane un po’ vuota?

 

Certo, ognuno di questi approcci è in grado di darti QUALCOSA di valido nel tuo percorso di coaching o per diventare coach.

Per questo è importante che tu risponda come prima cosa ad una domanda

 

Tu cosa vuoi fare con il coaching? Come vuoi utilizzarlo? Per farci cosa? Con chi e dove?

[Clicca per leggere la seconda parte]