CHI SONO
Simone Pacchiele
Faccio una cosa sola, e la faccio da diciotto anni: accompagno persone adulte a tornare al modo in cui funzionano quando sono al meglio, e a restarci abbastanza a lungo da poterci costruire sopra le decisioni che contano.
Non insegno tecniche da applicare e non do consigli su come vivere. Lavoro sul posto da cui guardi, perché è l'unica cosa che, cambiando, cambia anche tutto il resto.
01 / IL LAVORO
Con chi lavoro, e su cosa.
Le persone che incontro hanno quasi sempre costruito qualcosa di serio: un'azienda, uno studio, una carriera, una famiglia tenuta insieme per anni.
A un certo punto si accorgono che quello che hanno costruito continua a funzionare senza rappresentarle più.
Non le aiuto a capire perché. Quello, di solito, l'hanno già capito benissimo: hanno letto, hanno fatto percorsi, sanno raccontare i propri schemi meglio di quanto potrei fare io. Il punto in cui si fermano è un altro, ed è sempre lo stesso: la reazione arriva prima della spiegazione. Il corpo fa quello che ha sempre fatto, e la comprensione resta a guardare.
Lì comincia il mio lavoro.
02 / COME CI SONO ARRIVATO
Ho cominciato in un mondo diverso.
Consulenza, multinazionali, lavoro in Università: non ci sono finito per caso, ed è andata bene. Era quello che avevo studiato per fare, lo facevo volentieri, e per parecchio tempo è bastato.
Non ho una storia di crisi da raccontare. Non è crollato niente, e forse è proprio per questo che ci ho messo di più ad accorgermene.
È successo per gradi, guardando le persone con cui lavoravo. Ho iniziato a notare una cosa che con gli strumenti che avevo non riuscivo a spiegare: le più preparate che incontravo prendevano le decisioni peggiori proprio nei momenti che contavano di più. Non per mancanza di analisi. Per la posizione da cui stavano guardando.
Ho lavorato a lungo anche nel centro Counseling & Empowerment dell'Università Bocconi, con studenti davanti a scelte importanti e con adulti che reggevano pesi che nessuno vedeva.
È lì che ho smesso di credere che il problema fosse capire.
03 / PRATICA CONTINUA
Quello che so davvero, l'ho imparato CON le persone.
Diciotto anni passati soprattutto con persone in trasformazione. Decine di ReSonance Retreat. Migliaia di ore di lavoro individuale. Una scuola dove oggi formo altri professionisti a questo lavoro.
Non ti chiedo di credermi sulla parola: quello che dicono le persone che ci sono passate è qui, senza filtri.
Trasformare le persone
Adulti che hanno già fatto molto e sentono un attrito che non passa. Arrivano quasi tutti dopo: dopo i libri, dopo i corsi, spesso dopo anni di analisi e di terapia.
Il criterio con cui ho tenuto le cose
Quello che non funzionava con le persone reali è caduto da sé. Non c'è nessuna teoria, nel mio lavoro, che sia sopravvissuta al fatto di non produrre cambiamento in aula.
04 / IL PROCESSO
ReSonance non è progettato a tavolino.
È quello che è rimasto quando ho tolto il superfluo da tutto ciò che avevo attraversato. Non è la somma delle scuole che ho fatto: è il residuo di diciotto anni in cui una domanda sola ha fatto da setaccio.
La domanda è questa: come si organizza una persona nei momenti in cui funziona al meglio, e cosa serve perché quel modo torni disponibile quando conta. Il nome che ho dato a quel modo è Configurazione Generativa, ed è il centro di tutto quello che faccio.
Se vuoi la mappa completa del metodo, sta qui: Cos'è ReSonance.
05 / I PROCESSI
Cinque processi, ognuno con un compito preciso.
Il lavoro che la Configurazione Generativa attraversa è organizzato in processi distinti, ognuno con un territorio suo e un posto preciso nella sequenza.
FIDUCIA
il lavoro sull'appoggio. La fiducia non è un'idea di cui ti convinci: è un fatto del corpo, la capacità di lasciare il peso su qualcosa invece di tenerti su da solo tutto il giorno. Si è persa quando hai imparato che il sostegno andava comprato con la prestazione, e nel corpo si recupera. È il terreno su cui poggia tutto il resto: senza appoggio, ogni altro lavoro diventa uno sforzo in più.
ESPANSIONE
il lavoro sulla forza e sul confine. Quanto spazio ti prendi, quanto volume ti permetti, dove finisci tu e comincia un altro. Da bambino avevi un volume alto: troppa voce, troppa fame, troppa intensità, e hai capito presto che abbassarlo conveniva. Qui quella forza si riprende e le si dà una forma utilizzabile: il no detto una volta sola, la voce piena, la capacità di occupare una stanza senza scusarti di essere lì.
BLACK
il lavoro sull'ombra e sul vuoto. Le parti che hai messo via perché non stavano bene nell'idea di chi dovevi essere, e che da sotto continuano a produrre gli stessi schemi. Non ci si va per punizione: ci si va per riprendersi quello che è rimasto parcheggiato lì dentro. La scoperta, quasi sempre, è che il buio guardato senza difendersi non fa male: è spazio, ed è il posto più silenzioso del lavoro.
LEGGEREZZA
il processo che le "persone serie" sottovalutano per prime. È la capacità di godersi qualcosa senza doverlo meritare, di essere curiosi senza uno scopo, di ridere di sé senza sminuirsi. Chi ha costruito molto arriva quasi sempre con questo canale chiuso, e non se ne accorge perché non fa male a nessuno. Quando si riapre torna l'appetito per le cose: non l'euforia, la voglia.
SENSIBILITÀ
il lavoro sulla percezione fine e sul contatto. Sentire più sfumature dentro di te, e sentire l'altro mentre gli parli. È il processo che cambia le relazioni più di qualunque tecnica di comunicazione, perché non ti insegna a dire meglio le cose: ti restituisce la capacità di accorgerti di cosa sta succedendo mentre succede, quando c'è ancora tempo per fare qualcosa.
06 / DA DOVE VENGO
Un lignaggio, non un collage di tecniche.
Lungo la strada ho studiato con maestri che mi hanno cambiato - Dennis Chong, Rafia Morgan e Turya Hanover, Joseph Riggio, A.H. Almaas, tra gli altri. Non l'ho fatto per collezionare nomi, ma perché cercavo qualcosa che funzionasse davvero.
Quello che ho imparato l'ho messo insieme in qualcosa che oggi si chiama ReSonance.
Non è un metodo che ho "costruito a tavolino". È quello che è rimasto quando ho tolto il superfluo da tutto quello che ho attraversato.
07 / DOVE ENTRA QUESTO LAVORO
Il lavoro che facciamo è profondo e allo stesso tempo basato sulla realtà
Il ReSonance è un processo unico, e per questo va spiegato con precisione anche cosa NON è.
Non è terapia
Non diagnostica e non cura patologie, e non sostituisce cure mediche o psicologiche. Lavoriamo su un piano diverso, quello in cui impari ad operare da un luogo in cui il problema non è presente: per questo alcune persone fanno le due cose insieme e le trovano totalmente compatibili. Molto spesso partecipano ai ReSonance Retreat professionisti delle relazioni di aiuto per acquisire un nuovo strumento.
Non è coaching
Gli obiettivi mi interessano, ma vengono dopo. Prima viene il punto da cui quegli obiettivi vengono scelti: cambiare quello riorganizza anche la lista, e spesso la accorcia.
Non è spiritualità
Niente a cui credere, niente da venerare, nessuna energia invisibile. Le domande profonde le attraverso volentieri, ma con corpo, linguaggio ed esperienza verificabile. Chi arriva scettico qui ha un vantaggio, non un problema.
Non è miglioramento della performance (non in senso stretto, almeno)
Il risultato mi interessa e lo misuro, ma non con la carica motivazionale. La prestazione che regge nel tempo viene da una struttura che non devi sostenere con la volontà, altrimenti si chiama sforzo e finisce molto presto.
08 / COME LAVORIAMO
Nessuna "magia sul pubblico".
Dichiaro sempre cosa sto facendo e perché. Non uso il palco, non alzo la musica, non costruisco stati di gruppo per portarti dove voglio io: sono tecniche che conosco bene, e proprio per questo non le uso.
Il lavoro profondo lo proteggo: si apre da uno stato pieno, mai da uno stato chiuso, con una via d'uscita concordata prima. Nessuno viene fatto piangere per dimostrare che il lavoro è vero.
Nessuno è obbligato a condividere niente in gruppo. Quello che si apre nei lavori 1 a 1 resta in lì, e questa è una regola assoluta, non una gentilezza.
E si ride, spesso parecchio. Il personaggio che ci portiamo addosso, visto da fuori, è comico: accorgersene insieme è metà del lavoro.
09 / IL CRITERIO
Un lavoro riuscito si vede da quanto a lungo rimane dopo
Non costruisco appuntamenti in cui il "segreto" è sempre nel "prossimo corso" e trasmetto agli allievi cose che continuano a lavorare anche anni dopo il lavoro che facciamo insieme.
Costruisco la capacità di fidarti di te stesso, che è la sola cosa che resta anche quando io non ci sono.
È anche il motivo per cui insegno questo lavoro ad altri professionisti invece di tenermelo: un metodo che dipende da chi lo ha inventato non è un metodo, è una dipendenza con un bel nome.
10 / DOMANDE
Domande su di me e sul mio lavoro
11 / IL PROSSIMO PASSO
Se qualcosa di quello che hai letto ti tocca, sentiamoci.
Una conversazione di mezz'ora, direttamente con me.