Per chi ha una vita che, vista da fuori, funziona.
Non sei rotto. È solo che hai perso l'accesso al "posto speciale" in cui sel al meglio.
Quel posto è ancora lì per te, è solo che non sai come tornarci.
Libero dallo stress è un libro di 180 pagine che non prova a toglierti lo stress facendoti tornare calmo.
Ti riporta alla posizione interna da cui la tua vita smette di costarti così tanto, con gli esercizi per ritrovarla e una pratica di ventuno giorni per renderla stabile.
Succede spesso di notte
Io Marta l'ho conosciuta qualche anno fa. Non si chiama Marta, ma il resto è tutto vero, e in fondo a questa pagina ti racconto come è andata a finire.
Si svegliava poco dopo le 4 di mattina. Sempre, da otto mesi, con un peso al centro del petto all'altezza dello sterno. Trentasei anni, project manager in una società di consulenza, un curriculum che fa colpo su chi lo legge.
Si alzava, beveva un bicchiere d'acqua, ricontrollava per la terza volta la presentazione dell'indomani.
Alle sei il treno. Alle nove in riunione, lucida e sorridente, e nessuno lì dentro che sospettasse niente.
Alle ventitré uno yogurt in piedi davanti al frigorifero. Alle quattro e dodici di nuovo sveglia.
Se le chiedevi cosa la stressava, la lista era pronta: il capo che cambia priorità a giorni alterni, il budget, il cliente che chiama venti minuti prima della call, la madre che manda audio di sei minuti su quanto è stanca.
Ogni voce era vera. Il problema è che la lista non spiega niente: spiega perché Marta avesse cose da fare, non perché si svegliasse alle quattro e dodici.
La sua amica Carlotta fa un lavoro simile, con clienti dello stesso tipo e un capo non meno strano. Carlotta però stranamente dorme.
Magari la tua versione non include la sveglia di notte, ma il respiro alto e bloccato in metropolitana, o le spalle dure quando ti alzi dalla scrivania dopo due ore. Oppure la stanchezza che ti prende uscendo da una cena con gente che conosci da quindici anni, e che non è semplicemente la stanchezza del corpo.
La tua vita gira, funziona, raccoglie i risultati che era ragionevole sperare. Sotto però c'è una nota che stona. La senti benissimo e non sai cosa farne.
Adesso la parte che di solito non ti dice nessuno.
Quella nota ha un prezzo, e non è un prezzo emotivo: è chimico.
Il cortisolo che non scarica mai frammenta il sonno, appanna la memoria a breve, tiene la pressione più alta del necessario e abbassa l'umore, perché il corpo produce meno delle sostanze che fanno quiete. Ha anche un nome, carico allostatico, ed è la misura di quello che il tuo sistema paga per restare in piedi mentre tu vai avanti come se niente fosse.
Chi ci sta dentro lo chiama stanchezza. O magari attribuisce questo all'età.
Una settimana così non fa danni. Otto mesi sì.
Nelle prossime righe c'è il motivo fisiologico per cui ti succede, e te lo porti a casa anche se leggi solamente qusta pagina
Una settimana così non fa danni. Otto mesi sì.
Il pensiero arriva sempre in ritardo, e nessuno te l'ha detto
L'errore non è tuo. È dello strumento che ti hanno dato.
Pensa all'ultima volta che hai risposto male a qualcuno e te ne sei pentito tre secondi dopo. Prova a ricostruire l'ordine esatto delle cose. Non è che hai pensato "adesso rispondo male" e poi hai risposto male: ti si è stretto qualcosa, hai risposto, e solo dopo è arrivato il commento dentro la tua testa.
Quell'ordine lì non è un difetto del tuo carattere. È il modo in cui sei fatto.
Tra uno stimolo e la sua valutazione emotiva passano dodici millisecondi. Prima che la cosa arrivi alla tua coscienza può passare mezzo secondo. In quel mezzo secondo la decisione è già stata presa, già eseguita, già archiviata: quando il pensiero comincia a dire la sua arriva su una faccenda chiusa, e fa l'unica cosa che gli resta da fare, cioè spiegarti perché avevi ragione.
Adesso mettilo insieme a tutto quello che hai provato finora.
La respirazione in cui conti fino a 5 quando ti accorgi di essere partito. Il ricordarti di rallentare. Il ragionamento che dovrebbe ridimensionare la cosa. Roba che passa tutta dal pensiero, e il pensiero arriva a spirale già girata.
Non hai fallito per pigrizia, e nemmeno per mancanza di costanza. Ti hanno dato strumenti che arrivano fuori tempo massimo.
E poi c'è la seconda cosa, che pesa di più.
Quasi tutti i metodi provano a riportarti a uno stato neutro: calma, equilibrio, centratura, il ritorno alla linea di base, lo zero su cui costruire il resto. Il punto è che la tua linea di base è il problema. Lo zero è esattamente il posto da cui la spirale riparte domani mattina.
Tommaso ci ha messo dodici anni a capirlo. Fa lo sceneggiatore, quarantatré anni, una figlia di quattro. Due corsi di meditazione, tre app, un weekend di silenzio in un monastero in Toscana, dieci giorni di ritiro senza rivolgere la parola a nessuno.
Tutte le tecniche, una dopo l'altra, lo riportavano allo stesso posto: uno stato neutro, ordinato, vuoto. Alla fine di ogni sessione, diceva, si sentiva come in una stanza ben pulita e disabitata.
Calma sì. Una calma di quelle in cui non vive nessuno.
Lo stress non è la pila di mail
Torniamo un attimo con la mente a Carlotta, l'amica di Marta. Stesso mestiere, stessi clienti, un capo non meno strano. Lei dorme.
Se lo stress stesse nelle cose che succedono, alle quattro e dodici dovrebbe svegliarsi anche lei. Non succede, e il motivo è che le due cose non stanno nello stesso posto.
La pila di mail non è stress. La pila di mail più quello che succede a te davanti alla pila, quello è stress. Cambia la persona seduta davanti alla stessa pila e lo stress sparisce, senza che sia stata cancellata una sola mail.
Se ti interessa da dove arriva la parola: è rubata alla meccanica, dove una trave sotto stress è una trave che non è più libera di lavorare.
Nelle scienze della vita è finita a dire la stessa identica cosa. Non il troppo lavoro: l'equilibrio che cede sotto il lavoro.
E qui la domanda cambia. Non è più "come faccio a gestire meglio quello che mi capita", diventa "da quale posizione lo sto ricevendo".
La stessa pila di mail, ricevuta da una posizione aperta, è un elenco di cose da fare. Ricevuta da una posizione chiusa, è una minaccia che ti scava un buco in mezzo al torace.
Sono le stesse mail. Sei tu a stare in due posti diversi.
Ecco perché questo è un altro mestiere rispetto alla gestione dello stress e alle tecniche di rilassamento. Quelle intervengono quando la spirale è già partita. Qui si sposta la posizione che ti porti addosso anche mentre non stai facendo niente, e si lavora nel corpo, perché è lì che la posizione vive e non nei tuoi ragionamenti su di lei.
La buona notizia è che una posizione si può spostare. La cattiva è che nessuno ti ha mai fatto vedere dov'è la tua.
Quella posizione ha un nome, e non è la stessa per te e per me
Una domenica di novembre Tommaso impasta il pane con la figlia di quattro anni che gli infarina la maglietta. E gli succede una cosa che non si aspetta: sente, al centro del torace all'altezza dello sterno, una qualità che non sa nominare.
Non è calma, non è felicità, non è nemmeno buonumore. È una solidità tranquilla, una densità calda che occupa un punto e da lì si allarga. Resta fermo con le mani nella farina, trenta secondi, per non perdere il filo.
Dodici anni di tecniche di rilassamento e non c'era mai arrivato. Anzi, peggio: tutte le tecniche di calma che aveva praticato lo portavano lontano da quel punto.
Adesso fermati un attimo e cerca il tuo. Quasi tutti ne hanno uno: un momento qualunque, spesso banale, in cui per qualche secondo eri esattamente al tuo posto. Non era una giornata speciale, magari stavi guidando, o cucinando, o eri seduto da qualche parte senza fare niente. Se ti è venuto in mente, tienilo lì, perché è di quello che parliamo da qui in avanti.
Nel libro quel punto lo chiamo la tua nota. Il nome tecnico è Configurazione Generativa, ed è la cosa su cui sta in piedi tutto il resto.
Non è uno stato d'animo, ed è per questo che ti serve.
Uno stato è transitorio: fluttua, dipende da come hai dormito e da cosa ti è appena successo. La nota invece è una posizione, e la differenza è tutta pratica.
Vuol dire che ci puoi stare dentro mentre sei serio, mentre ridi, mentre prendi una decisione che pesa, mentre tieni una conversazione che sta andando male. L'emozione del momento cambia e la posizione resta: sei tu a contenere l'emozione, invece di essere contenuto da lei.
Detto in termini di giovedì mattina: esci da una cosa stressante andata storta senza portartela addosso fino a sera.
Quando le persone la riconoscono per la prima volta quasi sempre restano sorprese, perché non è quello che si aspettavano. Le parole che usano sono solidità, densità, presenza, una lucidità che non taglia. È più densa che leggera, più piena che chiara. Molti dicono "tornare a casa", e non in senso affettivo: nel senso del posto da cui si parte e in cui si rientra.
E non è la mia. È la tua, e lì sta tutta la differenza
Su questo devo dirti una cosa che rende il lavoro più scomodo da vendere e molto più utile da fare: la tua nota è diversa dalla mia.
I segni con cui si presenta cambiano da persona a persona. Per Tommaso è una densità calda allo sterno. Per un altro è un'apertura fra le scapole, o un peso piacevole nel basso ventre, o un radicamento vivo sotto le piante dei piedi. Non ce n'è una giusta. C'è la tua.
Quindi il libro non ti insegna a raggiungere uno stato che ti descrivo io, che sarebbe comodo per me e inutile per te. Ti insegna a riconoscere i segni dei tuoi, e da quel momento hai una bussola: in qualsiasi ora della giornata, in tre secondi, sai dire se sei dentro o fuori.
C'è poi un effetto secondario che da solo vale l'intero capitolo.
Quando sai come si presenta la tua nota, smetti di scambiare per nota quello che non lo è: l'eccitazione superficiale che sembra presenza, l'euforia da terzo caffè che sembra centratura, la stanchezza che ti tiene fermo e sembra radicamento.
Cosa è, detto con precisione
La nota non è uno stato emotivo.
Uno stato è transitorio, fluttua, dipende dalla giornata. La nota è una posizione, e la differenza conta: sei nella tua nota e sei serio, sei nella tua nota e ridi, sei nella tua nota mentre prendi una decisione difficile o tieni una conversazione conflittuale. L'emozione cambia, la posizione resta, e contiene le emozioni invece di esserne contenuta.
Quando le persone la riconoscono per la prima volta, quasi sempre sono sorprese da cosa è. Le parole che usano sono solidità, densità, presenza, serietà calma, una lucidità che non è affilata.
È più densa che leggera, più piena che chiara. Molti la chiamano "tornare a casa", e non nel senso affettivo: nel senso del punto da cui parto e a cui torno.
Non è la mia, è la tua
Qui sta la ragione per cui non puoi comprare questa cosa da nessun'altra parte in questa forma.
La Configurazione Generativa è individuale, e i segni con cui si presenta cambiano da persona a persona: per Tommaso è una densità calda allo sterno, per qualcun altro è un'apertura fra le scapole, un peso piacevole nel basso ventre, un radicamento vivo nelle piante dei piedi.
Non ce n'è una giusta. C'è la tua. Il libro non ti insegna a raggiungere uno stato descritto da me: ti insegna a riconoscere i marcatori dei tuoi, che a quel punto diventano una bussola somatica utilizzabile in qualsiasi momento della giornata.
C'è un effetto secondario che vale da solo la lettura del capitolo. Quando hai chiaro come si presenta la tua nota, smetti di confondere con la nota quel che non lo è: un'eccitazione superficiale scambiata per presenza, un'euforia caffeinata scambiata per centratura, una stanchezza che ti tiene fermo scambiata per radicamento.
Come si fa a farla emergere, e come si fa a mantenerla
La nota non si inventa e non si comanda. Si fa emergere, e per farlo si passa da quattro porte, che nel libro chiamo vettori. Sono quattro esperienze che hai già fatto: il lavoro è ritrovarle, non produrle.
La gratitudine sentita. Non la lista educata delle tre cose belle della giornata. Il momento in cui qualcuno ha fatto per te una cosa che non era tenuto a fare, e ti si è allargato il torace prima ancora che tu potessi dire grazie.
L'empatia non doverosa. Non quella che ti costa, e nemmeno quella che fai di mestiere. Il momento in cui il sentire di un'altra persona ti è arrivato addosso senza pesarti.
L'apertura verso te stesso. Per quasi tutti è la più difficile, e ti dico perché: chiede di ricordare i pochi minuti della tua vita in cui ti sei trattato come tratteresti una persona a cui vuoi molto bene. Non "mi sono concesso qualcosa". Trattato bene sul serio, magari proprio mentre dentro qualcosa stava cedendo.
La speranza fondata. Non l'ottimismo. La sensazione che qualcosa fosse possibile e che dipendesse anche da te, con te al punto di partenza e non sugli spalti. Quasi tutti l'hanno frequentata a sedici anni e poi l'hanno persa di vista.
Su questi quattro c'è una condizione tecnica, e non è una condizione morale: il sistema non risponde a quello che fingi.
Se richiami la gratitudine perché hai letto da qualche parte che serve, e dentro non c'è gratitudine ma solo l'idea della gratitudine, il tuo corpo registra la forzatura e ti risponde con una dissonanza peggiore di prima. Ecco perché ogni vettore parte da un episodio vero della tua vita, con un luogo, un'ora e delle persone dentro.
Le quattro porte
- Gratitudine sentita
- Empatia non doverosa
- Apertura verso di te
- Speranza fondata
nota
Le tre fasi
- Riconoscimento
- Amplificazione
- Stabilizzazione
Ventuno giorni
Poi c'è la parte che non ti spiega quasi nessuno: come si fa a mantenerla.
Perché farla emergere non basta. La nota lasciata a sé stessa dura quanto una sensazione: va e viene, e tu resti con l'impressione di averla persa un'altra volta.
Il meccanismo funziona con un sistema in cui diventi consapevole di come porti attenzione alle cose e a te, e nel libro la sessione è scritta minuto per minuto.
In breve: riconoscimento, cioè ti accorgi che è arrivata e la nomini in silenzio senza metterti ad analizzarla; amplificazione, cioè porti l'attenzione ai segni corporei uno alla volta, e a ogni passaggio la sensazione si rinforza; stabilizzazione, cioè resti lì senza dirigere niente, ed è la durata di questa terza fase a decidere quanto la nota si fissa.
Con cinque minuti te la ricordi, con dieci la sai richiamare, e con un quarto d'ora ripetuto per qualche settimana diventa il posto da cui parti.
E perché proprio ventuno giorni?
Perché sette lasciano una traccia che si perde al primo fine settimana di pausa, e oltre le tre settimane ripetere la stessa cosa allo stesso modo aggiunge poco: da lì quello che serve cambia natura, e si passa al mantenimento, due o tre volte a settimana.
Ventuno non è un numero tondo scelto perché sta bene in copertina. È più o meno, senza dogmatismi, il tempo che ci vuole.
Il punto di arrivo lo riconosci quando ti capita, ed è una cosa piccola: un giorno qualunque chiudi gli occhi un istante, porti l'attenzione al tuo segno principale, e la nota arriva perché l'hai chiamata. Da lì ce l'hai a disposizione in pochi secondi, dentro un appuntamento, prima di una telefonata, mentre tuo figlio piange e sono le nove di sera.
Perché quel che hai provato ti riportava sempre allo stesso punto
Per onestà intellettuale: nessuno di questi quattro approcci è totalmente sbagliato, e tre su quattro fanno esattamente quello che promettono.
Il problema è che quel che promettono non è quasi mai quello che ti serve.
Le tecniche per la calma
Funzionano, e si misura: ti portano allo stato neutro, che è precisamente quello che ti hanno promesso.
Il problema è dove ti lasciano. Lo stato neutro è la tua linea di base, e la tua linea di base è il posto da cui la spirale riparte.
Torni a zero e da zero ricominci a scendere, un giro alla volta, senza accorgerti di niente. È anche il motivo per cui l'app che hai scaricato a gennaio a febbraio non la aprivi più: non è che non funzionasse, è che non ti portava da nessuna parte.
La gestione dello stress
Organizzare meglio, dire di no, alleggerire il carico, mettere confini. Roba buona, per certi versi indispensabile.
Però facciamo il conto insieme. Se lo stress è la tua perdita di equilibrio davanti alla pila, e tu la pila la dimezzi, di quanto si riduce la perdita di equilibrio?
Di niente. È lì identica, che aspetta la pila successiva. E la pila successiva arriva.
Il capire
Eccolo, quello che non fa quello che promette. Ed è il più insidioso di tutti, perché somiglia al progresso: sai da dove ti viene, hai ricostruito la storia, hai i nomi giusti per ogni cosa.
Poi il capo alza la voce davanti a tutti e lo stomaco ti si stringe esattamente come a sette anni, perché la parte di te che ha deciso di stringersi non ha accesso al linguaggio e lavora dieci volte più veloce della parte che ha capito.
Capire ti regala una spiegazione bellissima di una cosa che intanto continua a succederti.
Il ritiro spirituale
ll ritiro del fine settimana con le campane tibetane e gli incensi.
La scena la conosci: il posto bello in mezzo al verde, l'incenso, il cerchio, la campana che chiude la sessione, e quella cosa grande che ti prende il sabato pomeriggio e ti fa pensare che stavolta ci sei.
Poi torni a casa, e in due settimane è evaporato.
Non perché quello che hai sentito fosse finto. Era vero, ed è per questo che fa più rabbia. È che quel fine settimana puntava a farti provare qualcosa, e le cose che si provano finiscono quando finisce il posto in cui le hai provate. Ti sei aperto dentro condizioni costruite apposta, e a casa quelle condizioni non ce le hai.
Nel ReSonance organizzo i Retreats, e si basano su un principio totalmente diverso e puntano proprio da un'altra parte.
Non a rilassarti per tre giorni ma a farti trovare la tua posizione e a rimandarti a casa sapendo da quali segni la riconosci e come si richiama nel tuo corpo e nella tua mente.
Il silenzio, il verde e il lago servono come cornice ma non sono il lavoro.
Il filo che li unisce è uno solo. Tutti e quattro lavorano su quel che ti succede o su come lo interpreti. Nessuno dei quattro sposta la posizione da cui lo ricevi, che è l'unica cosa che, spostata, cambia tutto il resto.
Non si va dove il problema sta. Si va dove il problema non sta.
Un libro fatto per essere praticato, non solo per essere letto
Dieci capitoli in quattro parti, e la sequenza è progressiva, perché ogni passaggio prepara il successivo.
Parte 1, come funzioni
La spirale e la sua struttura, le due fisiologie e come filtrano il mondo, la mitologia personale che stai già vivendo senza averla scelta. Serve a leggere il frame prima di cercare le abilità, che è il motivo per cui le tecniche prese al volo non tengono.
Parte 2, liberare il terreno
Il corpo come fonte di informazioni e il dialogo con la forma sentita.
Poi i sette punti in cui la difesa si è incarnata, con il rilascio somatico in sette passaggi, incluse la versione da dieci minuti e quella da fare in fra due appuntamenti stressanti.
Parte 3, la tua nota
L'emersione e la pratica nei ventuno giorni.
Come portarla nella giornata ordinaria, con il rapporto tre a uno e l'innesto in trenta secondi da usare mentre cinque persone ti guardano. E il lavoro sulle vecchie ferite, con la sequenza "tenere e guarire" per le reazioni sproporzionate che poi sproporzionate non sono.
Parte 4, quello che che c'è dopo la linea dell'orizzonte
L'orizzonte e la direzione che ne nasce. Poi il tempo come misura di quel che sei, e l'immagine della persona che stai diventando.
Appendice, il prontuario
Le pratiche ordinate per durata, gli esercizi ordinati per scopo, e una bussola d'uso che risponde a ventidue situazioni concrete: quando la spirale è già partita, quando devi fare una scelta che pesa, quando hai perso l'accesso alla nota da qualche settimana, quando una pratica che funzionava ha smesso di funzionare, quando ti senti svuotato a fine giornata anche se la giornata è andata bene.
Quanto tempo richiede
Ricevi due versione della pratica da fare nei ventuno giorni: una da quindici e una da trenta minuti. Scegli tu quanto tempo hai a disposizione e vuoi dedicarci.
Dopo i ventuno giorni, serve molto meno tempo per riaccedere alla posizione.
Il resto sono pratiche fra i venti e i quaranta minuti, che si fanno nei fine settimana, e che si ripetono negli anni, quando vuoi.
PDF disponibile subito a 18 euro.
"Sto vivendo benissimo, e non so perché"
Roberto ha cinquantadue anni. Casa a Milano, casa in Liguria, due figli grandi che lo stimano, una moglie con cui ha fatto pace dopo una crisi di quattro anni fa.
Qualche anno di analisi, un percorso di meditazione mollato due volte e ripreso, una pratica corporea che fa quasi sempre. Per chi lo guarda da fuori è una persona in equilibrio, e i colleghi ogni tanto gli chiedono come fa.
Una sera di marzo, dopo cena, mentre carica la lavastoviglie, gli passa per la testa un pensiero che non sa da dove arrivi. Sta vivendo benissimo, e non sa perché. Resta in piedi davanti al lavandino con un piatto in mano, fermo, per almeno un minuto.
Di Roberto ne ho incontrati parecchi in diciotto anni, e quasi sempre sono le persone che il lavoro su di sé l'hanno fatto, e fatto bene. Se ti riconosci in questa scena più che in quella di Marta, quello che segue è il motivo per cui questo libro ti riguarda più degli altri che hai letto.
Perché adesso devo dirti una cosa che gioca contro tutto quello che hai letto fin qui.
La tua nota, da sola, dopo qualche mese non basta.
La pratica personale, staccata da tutto il resto, diventa un'altra forma di prigione.
Più sana della precedente, più armoniosa, più comoda, e sempre una prigione: una stanza ben arredata in cui sei l'unico abitante. E la domanda resta lì in piedi, sempre la stessa. Per cosa. A cosa mi serve, tutto questo.
Il capitolo nove è dedicato a quella domanda, ed è il punto esatto in cui quasi tutti i libri di benessere si fermano.
Quello che ti supera ha molti nomi e nessuno è quello giusto. Per qualcuno è Dio, con dentro mille declinazioni possibili. Per altri è la natura, un mestiere fatto bene, un pezzo di città reso più vivibile, una comunità di persone, un'opera che è più grande di una vita sola. Il nome conta meno del riconoscimento: conta che esista, dentro di te, un riferimento che non sei tu e che ti contiene.
Quando la tua nota entra in fase con quel riferimento, smette di essere un punto di equilibrio e diventa l'origine di una direzione. Da lì le scelte della giornata si mettono in ordine da sole, senza che tu debba fare appello alla forza di volontà.
La differenza fra la nota da sola e la nota in fase con l'orizzonte è la differenza fra una persona che sa stare bene e una persona che sa andare da qualche parte.
Marta esiste davvero
Te l'avevo promesso in cima a questa pagina, quindi eccoti il resto della storia.
Marta l'ho rivista un anno e mezzo dopo l'inizio del lavoro, e le ho chiesto come andava con quel risveglio. Mi ha detto che ogni tanto succede ancora, raramente, le notti prima delle settimane difficili. E poi ha aggiunto la cosa per cui te la racconto: adesso, quando si sveglia a quell'ora, non comincia più a lavorare.
Prima erano due ore di lavoro a vuoto, la riunione di domani rifatta da capo, la frase da dire al capo provata in tre versioni, il calcolo di quanto avrebbe dormito riaddormentandosi subito.
Adesso resta ferma, gli dà il tempo che chiede, e quasi sempre si riaddormenta. Quando non si riaddormenta si alza, fa il caffè alle cinque, e la giornata comincia un po' in anticipo invece che cominciare rovinata.
Non è una guarigione. Il segnale è rimasto, la macchina che ci si costruiva sopra non c'è più.
Ci ha messo dei mesi. Non tre settimane: mesi, con delle ricadute, e un periodo in cui aveva smesso e non lo diceva a nessuno. Poi ha ricominciato, ed è ricominciato anche il resto.
Questo è tutto quello che il libro può promettere onestamente. Non che i risvegli spariscano, non che le rotture di scatole diventino piacevoli. Quel che cambia è che smetti di aggiungere il tuo peso al peso. È meno di quanto speravi quando hai aperto questa pagina, ed è molto di più di quanto immagini adesso, perché è la differenza fra una vita che subisci e una vita che abiti.
Simone Pacchiele
Lavoro da diciotto anni con il modello che introduco nel libro e che si chiama ReSonance, con persone che quasi sempre hanno già provato altro: la terapia, i ritiri, i corsi, gli anni di lettura.
Conduco ritiri residenziali e lavoro con singole persone.
Prendi il libro
Il libro completo in PDF disponibile subito dopo l'acquisto.
Il libro
180 pagine, dieci capitoli in quattro parti, più la conclusione e l'epilogo.
Ogni capitolo ha una scena che apre, le idee con la fisiologia necessaria, gli esercizi di scrittura, la pratica guidata principale e le sue varianti brevi.
Il prontuario
L'appendice con le pratiche ordinate per durata, gli esercizi ordinati per scopo, la bussola delle ventidue situazioni e il capitolo sul ritmo della pratica. È la parte che userai fra due anni, quando avrai dimenticato dove stava una cosa.
Il protocollo dei ventuno giorni
La pratica di emersione e ancoraggio con la struttura sessione per sessione, il diario in sei voci, la mappatura dei dodici episodi e la mappa settimanale dei marcatori.
Prezzo di lancio 18 euro. PDF disponibile subito.