Se c’è una cosa che mi fa incazzare, sono quelli che vendono “trasformazione” come se fosse uno smoothie al passion fruit e zenzero del villaggio olistico.
Quelli che ti dicono che puoi avere tutta un’altra vita, Il permesso di essere felice, Mi merito il meglio, e ti impacchettano il cambiamento come un catalogo Vestro anni ’80: sorrisi plastificati, labirinti disegnati con la sabbia, una lacrima di emozione, un respiro profondo… e via, sei un’anima nuova.
Il problema?
Non è trasformazione.
È spiritual bypass in confezione regalo.
Lo spiritual bypass è quell’arte sottile (ma nemmeno tanto) di saltare a piè pari sul casino umano per atterrare dritto su un cuscino di mantra e affermazioni positive.
Non hai lavorato sulla rabbia che ti mangia dentro? Fa niente, ripeti: “Mi merito il meglio.”
Hai un buco nero di insicurezza relazionale? No problem, basta dire: “Mi prendo cura di me stessa.”
Ti senti una merda quando ti guardi allo specchio? Oh, cara, ricordati: “Sei già perfetta così.”
E intanto?
Sotto quel tappeto di incensi e sorrisi e frasette instagrammabili, si accumula tutto: i non detti, i traumi, i bisogni, la fame d’amore.
Ma tanto c’è il workshop Libera la tua anima, il respiro emozionale, il cerchio di sorellanza dove ti abbracci forte con le altre e poi torni a casa… più sola di prima.
La spiritualità da copertina funziona così: ti dà un’identità di compensazione.
Diventi “quella spirituale”, “quello evoluto”, “l’anima antica”.
Ma dentro, ti senti sempre quel bambino che cerca qualcuno che lo guardi e dica: “Vai bene anche quando non sorridi.”
E attenzione: non sto dicendo che non ci sia nulla di buono.
Sto dicendo che se la trasformazione non passa per il fango, per il corpo che trema, per le relazioni che ti fanno da specchio, per il momento in cui smetti di voler essere “migliore” e inizi a stare dove sei, allora non è trasformazione.
È intrattenimento spirituale. È coaching glitterato. È vendere aria fritta travestita da saggezza.
La vera domanda non è: “Come posso essere felice?”
La vera domanda è: “Sono disposto a stare in ciò che mi fa soffrire prendendomene la responsabilità, senza coprirlo con una frase motivazionale?”
Perché solo lì, nel punto esatto dove non vuoi stare, comincia tutto.
E nessun lavoro pseudo-spirituale ti ci può portare.
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